Skirt Revenge: La Vendetta Della Gonna

Pensavate di poter vivere per sempre in jeans e pantaloni?
Le Fashion Week non sono dello stesso parere: la gonna è tornata e pretende vendetta.
Facciamo un test. Rispondano solo le lettrici! Quante volte mettete la gonna in una settimana? Se la risposta è mai, oppure una, tiè… massimo due, siamo qui per informarvi che siete decisamente fuori moda. La Milano Fashion Week ha or ora decretato il ritorno imperituro della gonna. Da non mettere one shot, ad un matrimonio o se vi sentite particolarmente ispirate. No. Dovete metterla sempre. Oggi, domani e dopodomani. Mini, midi, al ginocchio, a tubo, a trapezio, severe, sexy, da signora perbene o da signorina scostumata. Scegliete quella che volete ma che gonna sia.
Chi l’ha detto? Ovvio: la coppia più à la page della moda, Miuccia e Raf Simons, che quando vogliono mandare un messaggio non hanno mezze misure. Prada ha presentato una collezione primavera-estate costruita intorno a un unico capo: la gonna. Sessantatré look, nessun pantalone, nessun abito. Solo gonne. E tantissime gonne hanno sfilato un po’ dappertutto: supersexy da Stefano e Domenico, versione kilt scozzese da Gucci, coloratissime da Marni, cool e minimal da Jil Sander. Nel frattempo la moda si è spostata a Parigi dove il trend è confermato da Dior, YSL e persino dagli iconici e dissacranti Matières Fécales.
Ora, considerando che quasi tutte le donne che conosciamo passano l’esistenza dentro un paio di calzoni, la faccenda merita attenzione. Dopo aver combattuto per il diritto di mettersi le braghe, le donne hanno avuto decenni per trasformarli nella propria divisa quotidiana. E proprio adesso che nessuna di voi ha intenzione di toglierseli, la moda vuole rimettervi tutte in gonna. Potremmo chiamarla Revenge Skirt, la vendetta della gonna. Solo che, come tutte le vendette ben riuscite, arriva quando meno te l’aspetti. E già: perché proprio adesso? Per le nostre bisnonne la gonna non era una scelta estetica ma un diktat perentorio. I pantaloni appartenevano all’altra metà del cielo. Poi sono arrivate George Sand, Coco Chanel, Marlene Dietrich, Katharine Hepburn, il femminismo, la donne in carriera, quelle sempre in jeans e cargo della Y2K. I pantaloni, da simbolo dell’emancipazione femminile, sono diventati qualcosa di molto meno rivoluzionario: semplici pantaloni. Nulla di più. Sfondiamo una porta aperta: la minigonna costringe a pensare a come sedersi. La pencil skirt (in gran voga) impedisce nettamente la salita in sella al motorino. La lunguette si impiglia praticamente ovunque. La plissé svolazza quando non dovrebbe. Una gonna bianca pretende biancheria intima selezionata e la trasparente richiede una laurea breve in layering. Insomma, se l’obiettivo fosse semplicemente arrivare vive a fine giornata, i pantaloni vincono a piene mani.
Invece i deus ex machina della moda la pensano diversamente e lanciano in passerella un tripudio di gonne come non si vedeva da decenni. Sarà forse perché, dopo anni passati a ottimizzare tutto — il lavoro, il sonno, l’alimentazione, l’attività fisica, il numero di passi, il bagaglio a mano e, perché no, anche le relazioni sentimentali — torna la nostalgia per qualcosa di meravigliosamente, e anacronisticamente, poco efficiente. Ci sta, perché la moda se ne è sempre un po’ fregata della praticità.
Detto questo, nessun vigile della moda vi fermerà per strada contestandovi un cinque tasche. Potete continuare tranquillamente a vivere in jeans, cargo e pigiama palazzo, ma abbiate coscienza del fatto che, da Milano a Parigi, è partita una “Skirt Suasion” a sussurrarvi con una certa insistenza che forse, la prossima primavera, potreste anche far vedere un po’ le gambe. Perché, forse sì, la gonna sarà pure meno pratica, ma è anche più divertente.
Breve storia, semiseria, della gonna.
Antico Egitto: la portano gli uomini. Tutto normale.
Grecia e Roma: uomini e donne si drappeggiano metri di stoffa addosso. Rick Owens non ha inventato niente.
Medioevo: tutti in tunica, ma comincia la separazione dei ruoli. Gli uomini accorciano, le donne allungano. E già questo avrebbe dovuto insospettirci.
Rinascimento: la gonna si allarga. Più stoffa hai, più sei ricca. Più sei ricca, meno passi attraverso le porte.
Settecento: panier, cerchi e sottogonne. La donna occupa ormai più metri quadri di un monolocale a Milano.
Ottocento: arriva la crinolina. Finalmente una vera gabbia, così la metafora è chiara.
Anni Venti: sale l’orlo, compare il ginocchio. Scandalo Chanel.
1947: Dior inventa il New Look. Per gonna a ruota servono di nuovo ettari di tessuto. Ma, per lo meno, la guerra è finita.
Anni Sessanta: Mary Quant la accorcia. Parecchio. La minigonna dimostra che venti centimetri di stoffa possono provocare una choc alla civiltà occidentale.
Anni Settanta: mini, midi, maxi. Finalmente ognuna fa un po’ come le pare.
Anni Ottanta-Novanta: Westwood, Gaultier e compagnia cominciano a metterla anche agli uomini. E si scopre, con stupore, che gradiscono.
Anni Duemila: la gonna combatte contro jeans, leggings, cargo e athleisure. Tempi durissimi.
2026: Miuccia Prada ne manda in passerella 63 e neanche un pantalone.
Morale: dopo cinquemila anni di storia siamo tornati al punto di partenza. Un pezzo di stoffa intorno alla vita. Solo che adesso lo chiamiamo trend.
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