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Possiamo Davvero Perdonare John Galliano?

3 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

Il Met gli dedica una grande mostra, scoppia la polemica e viene cancellata.

Ma tra Anna Wintour, accuse di antisemitismo e voglia di redenzione, decidere da che parte stare è molto più difficile di quanto sembri.


Ne avrete sentito parlare e molto probabilmente siete passati oltre senza dargli troppa importanza, eppure la storia di cui vorremmo parlarvi è molto interessante e la vicenda talmente intricata che scegliere da che parte stare non è per niente facile. Sareste favorevoli all’idea che il più controverso genio della moda contemporanea meriti una mostra celebrativa, oppure siete tra i puri e duri che non perdonano le malefatte?

Noi, ora che iniziamo a scriverne, non sappiamo ancora che posizione prendere e per questo ve ne parliamo… chissà se alla fine di questa newsletter avremo le idee più chiare.

Ovviamente stiamo parlando di John Galliano, della mostra in suo onore al Met e di Anna Wintour (sempre lei) che stavolta è scivolata su una buccia di banana grande quanto il suo ego. Una faccenda surreale che, come ogni feuilleton, inizia con un evento scatenante, si sviluppa tra mille incongruenze e arriva a una conclusione per niente chiara. Partiamo dall’inizio.

L'evento scatenante

Febbraio 2011. Galliano, all’apice della carriera come direttore creativo di Dior e all’acme dello stordimento da alcol e sostanze, perde la brocca e si avventa verbalmente contro una coppia che stava bevendo al Café La Perle, nel 4° arrondissement, cuore del Marais. Dà a lei della “sporca ebrea” e a lui del “lurido asiatico” davanti a un esterrefatto capannello di clienti e camerieri. La polizia interviene e Galliano viene fermato. Poco dopo salta fuori anche un video, girato precedentemente nello stesso locale, nel quale lo stilista pronuncia altre frasi antisemite e dichiara di amare Hitler. Le immagini diventano virali, fanno il giro del mondo e lo stilista più amato e osannato del momento diventa improvvisamente il più efferato nazi-razzista in circolazione.

In circolazione per poco, perché Dior lo licenzia e Galliano finisce sotto processo per due distinti episodi di insulti razzisti e antisemiti.Viene dichiarato colpevole di “insulti pubblici” basati su origine, religione, razza ed etnia e condannato.


Sidney Toledano, a quel tempo amministratore delegato di Dior, nonché esponente di un’importante famiglia ebraica sefardita, lo defenestra dall’atelier di Avenue Montaigne e John finisce, nel vero senso della parola, dalle stelle alle stalle.


Dall’altra parte dell’oceano, Anna (sempre lei) avrà avuto un infarto del miocardio apprendendo la notizia visto che, udite udite, era stata proprio lei, insieme ad André Leon Talley, una delle figure decisive nel rilanciare Galliano quando, all’inizio degli anni Novanta, il suo straordinario talento rischiava di naufragare per mancanza di soldi e finanziatori.


Wintour lo introduce nel circuito internazionale che conta e contribuisce in maniera determinante a spianargli la strada che lo porterà prima da Givenchy e poi da Dior. Anna si è sempre vantata della sua amicizia e del suo endorsement ad Alexander McQueen e allo stesso Galliano, i due più grandi talenti britannici (come lei) della moda e, dopo che il primo si era tolto la vita, non avrebbe mai immaginato che anche il secondo si suicidasse professionalmente e mediaticamente.


Ma tant’è! Galliano fa pubblica ammenda, si disintossica — lo aiuta Naomi Campbell, che contribuisce a organizzare il suo ricovero — e ricomincia da capo.

Non si limita a chiedere scusa. Incontra Abraham Foxman, allora direttore della Anti-Defamation League, studia l’ebraismo con dei rabbini, visita Auschwitz. Nel 2013 la stessa ADL sostiene pubblicamente che Galliano ha dimostrato una vera contrizione.

Anna (sempre lei) non lo abbandona e si prodiga affinché, nel 2014 arrivi la seconda grande occasione: Renzo Rosso, patron di OTB, affida a Galliano la direzione di Maison Margiela. Una posizione perfetta: prestigiosa ma relativamente defilata, influente ma discreta. John fa il bravo per qualche anno e poi, nel gennaio 2024, realizza una delle collezioni di alta moda più belle e celebrate dai tempi del suo addio forzato a Dior. Dopodiché, a dicembre dello stesso anno, dopo dieci anni alla Maison, saluta Renzo Rosso, ringrazia tutti e se ne va.

Altra botta alle coronarie per Anna (sempre lei), che a questo punto deve sbrigarsi a trasformare subito in realtà il suo grande sogno: dedicare proprio a John Galliano la grande mostra annuale del Costume Institute e il Met Gala annesso e connesso, esattamente come era accaduto nel 2011 con Alexander McQueen. Perché? Celebrare Galliano equivale, almeno in parte, a celebrare anche la generazione della moda che Wintour ha contribuito a costruire, oltre che ribadire ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, chi decide cosa sia la moda oggi.


Le mille incongruenze


Il progetto viene assegnato al solito Andrew Bolton, Curator in Charge del Costume Institute, con il sostegno del direttore e CEO del Met Max Hollein e di Anna Wintour, trustee del museo e da decenni anima del Met Gala. La mostra s’intitolerà “John Galliano: Horizons” e sarà la prima grande retrospettiva museale dedicata all’intera carriera dello stilista.Folgarata sulla via di Damasco, Anna (sempre lei) non si preoccupa di sottoporre il progetto al board del museo e, a fine luglio, va direttamente in conferenza stampa per l’annuncio ufficiale. Il New York Times, nella spassosa ricostruzione appena pubblicata, è estremamente netto: “The full board of the Met was never consulted.” Il Guardian aggiunge che, secondo persone vicine a Wintour, lei stessa avrebbe riconosciuto di aver commesso “a crucial misstep” annunciando la scelta senza sottoporla ai quasi cento membri del collegio. E, ovviamente, questa omissione si è subito trasformata in un problema di governance.


​Ma non finisce qui: c’è un dettaglio che non passa inosservato. Il Met Gala si svolge tradizionalmente il primo lunedì di maggio e il 3 maggio 2027, al tramonto, proprio quando gli ospiti inizieranno a salire lo scalone tra milioni di flash, comincia Yom HaShoah, il Giorno della Memoria della Shoah e dell’Eroismo, dedicato alla resistenza ebraica e ai circa sei milioni di ebrei assassinati durante l’Olocausto. Far coincidere una ricorrenza del genere con la mega mostra dedicata a uno stilista condannato per insulti antisemiti e immortalato mentre dichiara di amare Hitler è davvero tanta roba… anche per Anna (sempre lei).


All’interno del Met iniziano i malumori, alcuni trustee protestano, esponenti della comunità ebraica newyorkese insorgono, alcuni donor minacciano di ritirare le proprie donazioni, il mondo della moda si divide, i social e la stampa si schierano. Anna la temeraria difende il progetto finché arriva l’ennesimo colpo di scena.


Il 31 agosto John Galliano pubblica sul suo Instagram uno statement nel quale chiede, di nuovo, scusa a tutti, si dice pentito e afferma che no, la mostra non ci sarà. Cancellata.


La conclusione per niente chiara


Ma come? Non dovrebbe essere Anna Wintour a parlare? Non dovrebbe essere il Met a spiegare? Evidentemente no. Tutti si defilano e l’unico rimasto col cerino il mano è proprio il povero John, a cui spetta l’onere di esporsi alla più colossale brutta figura che il mondo della moda, e non solo, ricorderà

fino al giorno del giudizio universale.


Ora, cosa dovrebbe fare di più Galliano per ricostruirsi una reputazione? Fino a dove può spingersi e quanto deve durare la condanna sociale (cancel culture) nei confronti di chi ha commesso errori così gravi? In altre parole: dopo 15 anni, Galliano merita di essere ammesso di nuovo nel salotto buono o deve rimanere in castigo nello sgabuzzino?

E ancora. Cosa dovrebbe fare di meno Anna Wintour per non strafare? Per esempio, dedicare una mostra a un tema inclusivo e non divisivo. Ascoltare gli altri e fare meno di testa propria. Tener ben presente che il Costume Institute è prima di tutto un’istituzione museale che studia e valorizza la moda e poi, just in case, uno straordinario veicolo capace di consacrare talenti e carriere.

E, in ultima analisi, il Met Gala (e tutto ciò che gli gira intorno) non andrebbero ridimensionati? Tutta questa importanza, questo clamore, questa visibilità eccessiva e ostentata fanno bene al sistema moda oppure ne scalfiscono, stilettata dopo stilettata, la già traballante credibilità?


A voi l’ardua sentenza. Celebrare il magnifico talento di Galliano significa inevitabilmente riportare alla mente di tutti la sua oscena sventatezza. E se è vero, come è vero, che l’odio non va mai giustificato, questo non è proprio il momento adatto per un evento del genere: una mostra che non si ferma a qualche abito su dei manichini, ma ha inevitabili implicazioni morali e sociali.

Galliano fa bene a continuare a scusarsi, esattamente come Anna farebbe bene a spiegare qualcosa di più.


A noi resta un profondo senso di fastidio perché eravamo già pronti a volare a New York e perché ci piace immaginare quella moltitudine di persone — cristiane, ebree, musulmane, quel che volete — che sarebbe stata felice di vedere abiti così belli… se solo le cose fossero andate diversamente.


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