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Olimpiadi, Pilates, Pastasciutta E Superiorità Morale


Mentre le atlete italiane conquistano medaglie a Milano Cortina 2026, nei nostri social trionfa il “Pilates Body” dove magrezza fa rima con bellezza. 


Se siete tra quelli che vedono le Olimpiadi comodamente sdraiati sul divano, questa newsletter non fa per voi.

Se invece siete tra quelli che lo sport prima lo fanno e poi lo guardano, sappiate che il gran fermento dei Giochi Invernali ci consegna un’Italia dinamica, sportiva, vincente e medagliata.

 

Noi italiani, si sa, ci stupiamo sempre dei nostri successi: le 24 medaglie vinte finora ci mandano in brodo di giuggiole e sprigionano ottimismo a profusione. E siccome siamo anche un (bel) po’ sessisti, è tutto un meravigliarsi per i tanti ori, argenti e bronzi conquistati dalle nostre atlete — Brignone, Goggia, Moioli, Fontana — che solcano nevi e ghiacci salendo sul podio tanto quanto, se non più, i colleghi uomini. “Hai visto quanto sono brave?” Già. Bravissime. Perché ti stupisci?

 

Induce alla tenerezza Francesca Lollobrigida che, vincitrice nel pattinaggio di velocità, risponde ai giornalisti con il pargolo in braccio, raccontando quanto sia bello essere (insieme) sportiva, campionessa e mamma. Non necessariamente in quest’ordine.

 

Ma che ne sarà di cotanta sportività dalla prossima settimana?

La cerimonia di chiusura andrà in mondovisione domenica (get out Paolo Petrecca!) e da lunedì, a braciere spento, all’Italia fit&tone resteranno agoni più modesti: un po’ di pesi in palestra, un po’ di jogging al parco.

 

Eppure, tra tutti gli sport possibili e immaginabili, ce n’è uno — e uno solo — che oltre a essere salutare e tonificante è anche glamour e à la page: il Pilates.

 

Oggi, se non fai Pilates, non sei nessuno. Lo sanno bene i gestori di palestre che negli ultimi anni hanno mandato al macero le bici da spinning (pedalare, pedalare senza andare da nessuna parte) per far posto alle famose e temute Reformer: macchine a piattaforma scorrevole con cinghie, molle e maniglie che, detta così, sembrano un teatrino bondage, ma che nella realtà sono trabiccoli anche belli da vedere.


È su quei trabiccoli che si disegna la nuova estetica femminile (ma attenzione, i maschi stanno arrivando) che risponde a una sola parola d’ordine: tonicità. Muscoli lunghi e affusolati ottenuti con movimenti lenti e controllati. Niente salti né corse sul posto che stressano le articolazioni. Piuttosto una disciplina (non chiamatela ginnastica) efficace ma dolce, che si è diffusa con un’aura di autorevolezza: i fisioterapisti la raccomandano, i ballerini la adorano e molte di voi non perderebbero una lezione per tutto l’oro del mondo.

 

Come ogni grande successo, però, anche il Pilates impone un’estetica. E qui cominciano i guai.

 

Sono sempre di più quelli che guardano con sospetto le ormai celebri “pilates arms”: braccia toniche e senza il minimo cedimento, sfoggiate (per la maggior parte) da donne bianche, magre e benestanti. Come quelle che affollavano l’inaugurazione della boutique ALO a via del Babuino, nuovo paradiso delle snelle capitoline che si fasciano in tutine con vestibilità modellante e sensazione elegante (citiamo il sito) a prezzi decisamente proibitivi..

 

Negli USA lo chiamano “Pilates Body”: fisico asciutto e tonico che ha sostituito l’ideale curvy e prosperoso che le Kardashian avevano provato a imporre. Nei video social, tra una Reformer e un tappetino, la magrezza non viene più dichiarata come obiettivo estetico, ma presentata come naturale conseguenza del wellness. Il dimagrimento diventa un effetto collaterale frutto di disciplina e sano autocontrollo.

 

Ci troviamo di fronte a un vero e proprio rebranding del benessere fisico. Se da un lato ormai non si fa più sport solo per l’aspetto, ma anche (e soprattutto) per la salute, dall'altro si continua a promuovere un’unica tipologia di corpo accettabile, che raramente supera la taglia 46. I social amplificano questa estetica attraverso immagini curate, routine ambiziose e una cultura dell’autodisciplina che fa apparire l’ideale desiderabile e raggiungibile, anche quando non lo è.

 

Il “corpo Pilates” dialoga perfettamente con le estetiche dominanti della clean girl e del quiet luxury: semplicità, controllo, esclusività. Non è solo fitness, ma un segnale di status, gusto, classe sociale e (diciamolo) superiorità morale. La salute diventa responsabilità individuale, rischiando di oscurare disuguaglianze strutturali e di colpevolizzare chi non rientra nello standard.

 

A differenza dell’aerobica anni Ottanta — edonista, sudata e muscolosa — il corpo Pilates valorizza l’invisibilità dello sforzo. Ma, pur cambiando forma, l’ideale resta restrittivo.

 

Le conseguenze non sono marginali: aumento dell’insoddisfazione corporea, ansia legata a cibo ed esercizio, stigma verso chi non è fit e, con l’arrivo di Ozempic e soci, la magrezza diventa sempre più un obiettivo facilmente raggiungibile e quindi moralmente obbligatorio.

 

La solita amica, sportiva e amante della pastasciutta, alla fatidica domanda “Fai anche tu Pilates?”, laconica risponde:

“Lo facevo. Ma per stare su quelle macchine devi essere già molto in forma.”

 

Come dire: prima di salire sulla Reformer devi avere il fit giusto.

Non ce l’hai? Il buon vecchio tapis roulant è più democratico e (scialla!) va alla grande.

 
 
 

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