"The Only True Protest Is Beauty"
- Massimo Porcelli
- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 3 min

In un mondo saturo di immagini, la Fondazione Dries Van Noten
restituisce alla bellezza il suo valore più scomodo: essere rivoluzionaria.
La bella stagione è esplosa e, nel caso foste a corto di idee per un weekend fuori porta, il nostro unsolicited advice sembra ovvio ma proprio non lo è: Venezia!
La Serenissima, si sa, è città dalle mille sorprese e — mentre tutti parlano di direttori (direttrici) d’orchestra che fanno baruffa e di giurate (tutte donne) della Biennale d’Arte che sbattono la porta e se ne vanno — qualche giorno fa ha dato alla luce un nuovo spazio culturale da visitare assolutamente: laFondazione Dries Van Noten, che ci aspetta nello storico Palazzo Pisani Moretta, affacciato sul Canal Grande.
Probabilmente sapete già che Dries Van Noten ha deciso, un paio d’anni fa, di mollare la direzione creativa del suo brand (di cui rimane proprietario), lasciandola nelle operose mani di Julian Klausner, dopo una fulgida carriera lontana dal rumore e dalle mode passeggere. Classe 1958, belga, membro degli Antwerp Six, è famoso per il suo lavoro paziente, quasi silenzioso, estremamente coerente e totalmente fedele a se stesso.
Tanto che oggi è uno dei linguaggi più riconoscibili della moda contemporanea (anche Miranda indossa una sua splendida giacca in broccato e passamanerie che non passa inosservata ne “Il diavolo veste Prada 2”).
Dopo 35 anni di carriera, Dries torna alle origini, ai ricordi d’infanzia nelle Fiandre, in una famiglia di tessutai dove l’artigianato era il pane quotidiano. Acquista — beato lui — un palazzo rococò a San Polo e fonda non certo un museo celebrativo, ma uno spazio vivo: archivio, laboratorio, luogo di ricerca. Un progetto pensato per conservare la bellezza, ma soprattutto per continuare a far vivere ciò che è bello. Moda, design e artigianato convivono senza gerarchie, in un dialogo aperto che riflette perfettamente il suo modo di lavorare e che trova in Venezia un palcoscenico ideale.
Ed è qui che, fino al 4 ottobre, potrete vedere la prima mostra della Fondazione Dries Van Noten, che ha un titolo che è tutto un programma: "The Only True Protest Is Beauty".
Uno statement preso in prestito da Phil Ochs, musicista e cantautore vicino a Bob Dylan, che fin da subito ci avverte che non sarà la solita mostra sulla moda, ma l’occasione per parlare di bellezza come atto sovversivo.
Ad essere onesti, siamo rimasti molto colpiti dalla chiara intenzione di Van Noten e di Geert Bruloot — il talento visionario che ha trasformato Anversa da città portuale a epicentro di creatività — di (ri)dare alla bellezza, in quanto tale, un valore rivoluzionario. Eh già, perché proprio la bellezza, quando ci colpisce e ci stupisce, ha il potere di sovvertire le regole e annullare i luoghi comuni. Affermare che, in tempi così brutti, l’unica vera forma di protesta sia la bellezza, vuol dire rivendicare l’atto politico che sta dietro la creazione di qualcosa che colpisce e stimola i sensi.
Viviamo in un’epoca in cui l’estetica è saturata: Instagram, TikTok, i media in generale sfornano a spron battuto mode, tendenze e idoli. Tutto è “bello”, quindi niente lo è più davvero. D’altra parte, parlare di bellezza, coi tempi che corrono, è frivolo, è elitario, è addirittura inopportuno. Invece questa mostra non ha paura, né vergogna, di raccontare quanto sia stato complesso, articolato, faticoso e persino sfacciato creare gli oltre duecento oggetti — tra tessuti, abiti, gioielli e manufatti — che compongono il percorso narrativo. Oggetti che entrano in relazione tra loro e con lo spazio, creando un ritmo quasi musicale fatto di rimandi, contrasti e intuizioni improvvise.
Questa è una mostra che non si limita a esporre, ma costruisce tensioni: tra tecnica e istinto, tra controllo e libertà, tra memoria e scoperta. E soprattutto ribalta una convinzione molto contemporanea: che la bellezza sia qualcosa di superficiale.
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