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Volano Stracci Al Premio Strega

Ovvero: quando una frase detta male vale molto di più di mille parole scritte bene



Cosa ne sarà della nostra bistrattata cultura se anche l’istituzione più importante della letteratura italiana diventa terreno fertile per il body shaming più inopportuno?

Se il Premio Strega, che quest’anno celebra 80 anni di libri importanti, di severe giurie, di vincitori e vinti, a pochi giorni dalla finale si trasforma in un merdone mediatico?

Avrete senz’altro sentito e letto della vicenda, che sembra scritta da un Flaiano in ottima forma, del van stile NCC che vaga per le campagne pugliesi, direzione Bisceglie, con a bordo Michele Mari, Teresa Ciabatti, Matteo Nucci ed Elena Rui. Tutti acclamati scrittori, tutti finalisti dello Strega 2026 e per questo costretti al tour promozionale, organizzato dalla Fondazione Bellonci, che li spedisce in giro per l’Italia con l’obiettivo di pubblicizzare degnamente le opere in concorso e, soprattutto, creare hype sul Premio. In teoria: incontri con il pubblico, firma copie, domande e risposte intelligenti, sorrisi composti. In pratica: caldo, stanchezza, alberghi, “…ci racconti in due parole il suo libro…” e poi, di nuovo, tutti sul pulmino.


Ed è proprio sul van nero che, secondo le ricostruzioni giornalistiche, Michele Mari se ne esce con alcune frasi dure, sconvenienti e un filo sessiste su Michela Murgia, collegando l’intransigenza e la veemenza della scrittrice sarda al suo aspetto fisico e lasciando intendere — sempre secondo quanto riportato dalla stampa — che certe posizioni nascessero da una forma di insoddisfazione personale. In altre parole: era così incazzata perché era brutta e grassa.

Sentendo tali corbellerie, Teresa Ciabatti sussulta sul sedile, butta lo sguardo fuori dal finestrino e prova a trattenersi. Poi, visto che l’altro insiste, sbotta, prende di petto Mari e lo invita a darsi una regolata. La discussione si accende, il clima si irrigidisce, il pulmino, mentre attraversa l’altopiano delle Murge — ironia della sorte — diventa una rovente camera di combustione culturale.


Si sa: le voci corrono. Telefonate, chat, mezze frasi: gli editori drizzano le antenne, i giornalisti fiutano il sangue. E in poche ore quel van per Bisceglie diventa il Watergate della narrativa italiana. Raffaella De Santis, su La Repubblica, firma l’articolo “Michele Mari offende Michela Murgia. Premio Strega nella tempesta”, e la frittata letteraria è fatta.

Da lì in poi un vorticoso susseguirsi di dichiarazioni, tentativi di smentita, scuse non accettate che fanno discutere i lettori e mettono in serio imbarazzo le case editrici, anche perché vincere lo Strega vale moltissimo in termini di fatturato.


Ora, Michele Mari non è uno scrittore qualunque. È uno degli autori italiani più amati e rispettati, un funambolo della letteratura e un autore di culto. Quest’anno è in gara con “I convitati di pietra”, pubblicato da Einaudi, ed è dato per favorito. Anzi, quasi predestinato. In semifinale è arrivato primo con un distacco notevole e ha già vinto lo Strega Giovani assegnato dai lettori under 18. Uno in odore di vittoria che riesce a darsi la zappa sui piedi facendo la figura del veteromaschilista. Si è scusato, ha detto di essere stato frainteso. Poi qualcuno deve avergli suggerito il silenzio. E lui, finalmente, muto.

Teresa Ciabatti, invece, è in gara con “Donnaregina”, pubblicato da Mondadori. Non parte da favorita, ma è una scrittrice solida, riconoscibile, già finalista allo Strega. Ha una scrittura molto personale, spietatamente sincera e, in questa vicenda, diventa la testimone che rompe il silenzio. Ha ribadito le sue posizioni, ha confermato parola per parola e non arretra di un passo.

Poi c’è Michela Murgia, scomparsa nel 2023, amatissima, divisiva, combattiva, impossibile da ignorare anche da morta. Non è candidata, non è presente, non può rispondere, ma è il vero epicentro emotivo della vicenda. Murgia è stata una delle intellettuali italiane più influenti degli ultimi anni: scrittrice, femminista, polemista, attivista, voce pubblica instancabile. Una donna che ha usato il corpo, la parola, la malattia, la famiglia, il genere, la politica, la fede, il dolore e l’ironia come armi contro il perbenismo. E proprio per questo è stata amata e odiata con altrettanta intensità.


Chiara Tagliaferri, sua intima amica e coautrice del podcast Morgana, ha centrato il punto: quando si voleva colpire Michela Murgia, spesso si parlava del suo corpo, del suo fisico, della sua apparenza. Non delle idee, non dei libri, non delle posizioni politiche. Un corpo troppo “grande”, troppo esposto, troppo libero, troppo poco addomesticato. La solita solfa: una donna, per essere ascoltata, deve prima risultare esteticamente accettabile. Educata. Gradevole. Possibilmente magra. Possibilmente sorridente. Possibilmente non arrabbiata.

La domanda non è: “Che cosa ha detto davvero Michele Mari?”. La domanda vera è: perché ancora oggi, quando una donna è intransigente, potente, polemica e pervicacemente scomoda, qualcuno sente il bisogno di ribadire quanto è brutta? Perché la bellezza — o bruttezza — femminile resta sempre il campo di battaglia più comodo? Perché una donna deve per forza giocarsela sul piano estetico, sentimentale, ormonale, psicologico, patologico?


Vogliamo chiederlo a Mari? La Ciabatti, invece, lo ha già detto chiaro e tondo. Il Premio Strega, intanto, si trova in una posizione delicatissima. Doveva essere l’edizione celebrativa, un compleanno in grande stile, e invece si ritrova protagonista di un gossip che manco al Grande Fratello.

La Fondazione Bellonci è intervenuta prendendo le distanze e osservando laconicamente che qui si giudicano i libri, non gli autori.

Come andrà a finire? Lo sapremo l’8 luglio, alla mondanissima cerimonia di consegna. Potrebbe filare tutto liscio come l’olio. Potrebbe vincere il favorito oppure l’outsider di turno. Tanto ormai il premio è diventato una specie di processo simbolico, dove si voterà un romanzo ma si commenterà anche una frase. E questa, per uno scrittore, è forse la vera beffa: impiegare una vita per scrivere bene e venir giudicato per una frase detta male.

Nel frattempo, proprio stamattina, su La Repubblica escono due interventi molto interessanti. Massimo Recalcati ci ricorda che tutti parlano male di tutti e che forse non conviene fare le educande. Valeria Parrella, invece, non ci sta e rivendica l’importanza di reagire. Ohibò: gli uomini minimizzano e le donne stigmatizzano. Noi, modestamente, abbiamo già deciso da che parte stare. E voi?

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