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Hockney Confidential. Tutto Quello Che Vorremmo Dalla Vita...In Un Dipinto


Pop, raffinato, queer, ironico e profondamente riconoscibile. David Hockney non ha solo dipinto piscine: ha creato il desiderio contemporaneo.


Tutti gli artisti creano, ma solo quelli veramente bravi inventano un nuovo modo di guardare il mondo.

David Hockney, che ci ha lasciato qualche giorno fa a 88 anni, è stato uno di quelli che ci hanno insegnato a guardarci intorno in modo diverso. Inglese di Bradford, classe 1937, occhiali tondi, capelli ossigenati, sigaretta ostinata e aria beffarda, è stato uno degli artisti più riconoscibili degli ultimi cinquant’anni e di questi nostri poveri, confusi, iperfotografati tempi moderni.

Molti lo definiscono “pop artist”, ed è vero, anche se è un’etichetta un po’ troppo sbrigativa da affibbiare a un personaggio che è stato non solo un pittore all’avanguardia, ma anche un ritrattista, un paesaggista, un fotografo, uno scenografo, uno sperimentatore digitale e, soprattutto, un grandissimo inventore di atmosfere.


Il lifestyle diventa arte


Perché se c’è una cosa che Hockney ha saputo fare meglio di qualsiasi altro è stata trasformare il “lifestyle” in arte. Ha dipinto stanze vuote, piscine inondate di sole, giardini perfettamente curati, terrazze assolate. E ancora: amici seduti sul divano, giovani uomini che nuotano, coppie eleganti, signorine del jet set. E, immagine dopo immagine, quadro dopo quadro, ci ha messo davanti agli occhi, semplicemente, tutto ciò che desideriamo. E che probabilmente non abbiamo.

Nelle sue tele Los Angeles, che lo ha adottato e dove ha vissuto per molti anni, non è soltanto una città. È una promessa. Sole, corpi, highways, architettura, lusso. Una specie di paradiso laico dove nessuno lavora, nessuno invecchia, nessuno soffre. Dove tutti leggono Bret Easton Ellis, ascoltano Belinda Carlisle, vedono film di David Lynch. Il che, ammettiamolo, è già di per sé arte di vivere.


Le sue piscine sono diventate icone assolute. "A Bigger Splash", con quel tuffo già avvenuto e il corpo sparito, è una delle immagini più celebri del Novecento: non vediamo la persona, vediamo l’effetto. Il gesto è passato, resta l’acqua che si agita. Una metafora praticamente perfetta.

Poi c’è Portrait of an Artist (Pool with Two Figures), con quell’uomo che nuota sott’acqua e l’altro che lo osserva dal bordo piscina. Un’immagine elegante, sospesa, malinconica, onirica, molto più complessa di quanto sembri a prima vista. Nel 2018 è stata venduta da Christie’s per oltre 90 milioni di dollari, diventando per qualche mese l’opera più costosa mai venduta all’asta di un artista vivente.


Ma Hockney non era solo piscine e California. Era anche umanità, amicizia e intimità. I suoi ritratti — coppie, amici, collezionisti, giovani, vecchi — ci mostrano semplicemente persone sedute in una stanza. Poi guardiamo meglio e ci accorgiamo che ci ricordano qualcuno che conosciamo bene. Non succede nulla, eppure succede tutto. Che genio: aveva capito tutto prima di Instagram. ​E proprio qui sta la sua influenza sulla cultura pop. Ha creato un vero e proprio vocabolario visivo che oggi riconosciamo ovunque: nelle campagne moda, nelle copertine dei magazine, nei set fotografici, nei reel, nel design editoriale. Tutto, ma proprio tutto quello che serve per descrivere l’immaginario collettivo. Perdonate il termine davvero obsoleto. Ed è così che ogni volta che vediamo una piscina rettangolare, una casa modernista, una camicia colorata, un terrazzo al sole e pensiamo “che meraviglia, voglio vivere lì”, Hockney ci sta facendo l’occhiolino.



Libertà senza chiedere il permesso

E poi c’è il tema, fondamentale, della libertà. Hockney si dichiarò apertamente gay in anni molto conformisti, quando non era affatto comodo, né mondano, né tantomeno spendibile in comunicazione. Moltissime sue opere sono dichiaratamente queer senza chiedere il permesso. Mostrano corpi, desideri, affetti, convivenze, sguardi. Con naturalezza. Una rivoluzione ante litteram.

Negli ultimi anni, invece di trasformarsi in monumento di sé stesso, Hockney ha fatto una cosa molto più interessante: ha continuato a lavorare. Disegnava con l’iPad, sperimentava con video e immagini immersive, come se dicesse: va bene essere una leggenda, ma c’è ancora una luce da carpire, un colore da trovare, un’atmosfera da ricreare.

Forse è questo il motivo per cui Hockney è, e sarà, così amato. Non perché fosse facile. Ma perché era accessibile senza essere banale. Intellettuale senza essere affettato. Sofisticato senza diventare odioso. Guardando i suoi quadri si ha sempre l’impressione di poter entrare: sedersi su quella sedia, affacciarsi a quella finestra, tuffarsi in quella piscina.

David Hockney ci ha insegnato che la realtà, qualunque essa sia, può essere colorata, sensuale, domestica, ironica, colta e perfino felice, se la si guarda dalla giusta prospettiva. E in un mondo in cui tutto è iper-reale, non è per niente scontato saper rappresentare così bene la realtà.


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